La passeggiata: il Cimitero Monumentale di Milano

novembre 3, 2013

il cimitero monumentale di milano

Milano, zona Stazione Garibaldi (finito il Cantiere la chiameranno Porta Nuova, ma il Cantiere sembra non voler finire mai).

E’ appena terminata una pioggia pigra, c’è un sole pallido e il té si è raffreddato a furia di aspettare la persona che all’altro capo del telefono si scusa, è in straritardo ma “forsecelafacciocomeseimessatraunorettachetirichiamoseisempreinzona?”No, mi viene da dire, ma mi ascolto rispondere, sì non preoccuparti, magari ne approfitto per fare due passi. Un tram mi passa davanti; lo prendo al volo.Scendo di fronte al Cimitero Monumentale di Milano, perché no. Per una volta voglio passeggiarci senza considerarlo una palestra per le lezioni di fotografia. O un rifugio per pause pranzo tristi.

All’ingresso supero una signora che procede quasi prostrata, il cappello appariscente, il bastone di metallo e un mazzo di fiori che sembra pesantissimo. Taglio a metà la formazione perfetta di un gruppo di turisti spagnoli che prosegue incantato dietro la visione di un ombrellino arancio. Salgo le scale. Entro nel Famedio.

La tomba di Alessandro Manzoni fa sempre un certo effetto. O forse è il freddo, al Cimitero Monumentale fa sempre dannatamente freddo, anche d’estate. Una guida parla in tono rispettoso per non rompere la solennità del luogo: il cimitero fu progettato dall’architetto Maciachini (ah! allora non è solo una fermata di metrò!) vide la luce nel 1866. Sessant’anni prima Napoleone aveva emanato l’editto di Saint Cloud, i cimiteri dovevano stare fuori dalle mura cittadine, ragioni di igiene, e le tombe dovevano essere tutte uguali, ragioni di Stato (o meglio ideologie di Stato). Ma lo spirito Romantico reclamava i suoi eroi: sempre nel 1806 Foscolo scrive “Dei Sepolcri”. A passeggiare tra i portici del Cimitero Monumentale, sembra quasi di vedere una risposta architettonica a quello stesso spirito  romantico, che reclamava un posto speciale per i “benemeriti” che avevano lasciato un’impronta indelebile nella Storia della città.

Qui è ricordato anche Giuseppe Verdi, seppellito nella “sua” Casa di Riposo per musicisti in piazza Buonarroti. E poi Carlo Cattaneo. Francesco Hayez. Franca Rame.  Alda Merini. Giorgio Gaber. E tanti, tanti altri. E’ il Comune a decidere chi merita di essere sepolto qui. Un grande onore. Però forse i morti preferisco le visite dei parenti a quelle dei turisti, uno di loro si soffia vigorosamente il naso e il pantheon risuona grottescamente.

(clicca sulle foto per vedere la gallery)

Proseguo per la navata, lungo il portico, le colonne intervallate da statue funebri. Opere di epoche diverse, che rendono una diversa concezione della Vita e della Morte, la donna ottocentesca con la testa sul cuscino di marmo ricamato e un complesso di figure amorfe e asessuate che sembra soffiar via l’anima. Ori e mosaici accanto a fiori di plastica. Scendo le scale e mi inoltro nel giardino. Davanti a me c’è ancora l’anziana curva con il trespolo di metallo, sembra ancora più curva, il mazzo di fiori ancora più grande e pesante, ma i fiori li lascia o li ruba? Non sarebbe la prima, anni fa hanno pizzicato dei ragazzi che avevano creato una macchina perfetta, fregavano i fiori dalle tombe e li rivendevano all’angolo della via Cenisio.

 

Meno male che ho le scarpe comode, il cimitero è enorme: i mausolei di famiglia mi inquietano sempre, è un po’ come vedere il concetto della villetta bifamiliare applicato a una tomba, ma alcuni sono davvero belli. Uno riproduce la Colonna Traiana. Il più spettacolare, quello della famiglia Campari, un’ultima cena a grandezza naturale. Suona ironico, visto il cognome, ho sentito battute che evocavano lo Spritz e la Red Passion, ma rimane un capolavoro, si rimane incantati a guardare ogni particolare.

Sento un rumore, mi giro: un vaso di fiori è caduto. Poco lontano, un gatto grasso se ne va via ballonzolando. Rimetto a posto il vaso, guardo la foto sulla lapide. E’ di una “moglie e madre esemplare” mi guarda e sembra volermi ringraziare, in fondo quella adesso è casa sua, dev’essere terribile per lei, saperla in disordine.

Chissà cosa scriveranno sulla mia, di lapide. Forse Napoleone faceva bene a volere tutte le tombe anonime…

A quel punto mi accorgo che il cellulare in borsa vibra. Dovevo spegnerlo, sono in un cimitero, ma ormai tanto vale rispondere. “Ciaocomestaiscusasehofattotardi” è finalmente in zona, le dico dove sono, raggiungimi all’entrata che arrivo.

“Ma sei andata a passeggiare al cimitero?”

“Sì”

“Ma scusa, hai qualcuno lì?”

“No.”

“E allora che ci fai? Sei triste?”

“No. Perdevo tempo.”

“E lo perdi al cimitero?”

“Beh è il posto perfetto, no?”

Silenzio. Mi avvio verso l’uscita. Forse le sembro pazza, meglio dirle che sono triste o forse che qui c’è un mio bisbisbisbisavolo. Nel mio immediato futuro vedo un altro té che si raffredda nella zona Garibaldi, che si chiamerà Porta Nuova appena finito il Cantiere, ma il Cantiere sembra non voler finire mai. E allora ecco un epitaffio “Qui giace una forte bevitrice di té, assidua di cimiteri e cantieri, che camminava senza paura del maltempo.”

Proprio in quel momento ha cominciato a piovere.

Questa è solo una delle tante storie di vita del Cimitero Monumentale di Milano.

Per sapere quando e come visitare il Cimitero Monumentale, consulta le info pratiche

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Travel Blogger per passione, giornalista pubblicista (nessuno è perfetto), web communication account. Soprattutto, hipster dalla nascita senza possibilità di redenzione. Vivo di comunicazione digitale e cupcake inseguendo nuovi orizzonti armata di valigia e tablet.

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