Consonno, Macondo di Brianza

dicembre 2, 2013

Consonno

Molti anni dopo, davanti al plotone di fucilazione, il colonnello si sarebbe ricordato di quella sera remota in cui suo padre lo portò a conoscere il ghiaccio.

Consonno era allora un villaggio di case coloniche abitato da circa duecento contadini, collegato al mondo solo da una strada sterrata che nessuno percorreva. Un mondo così antico che molte cose erano prive di nome, perché erano lì da sempre e tutti le conoscevano senza bisogno di nominarle.

Un giorno, verso il mese di marzo, un uomo corpulento dalle mani di passero che si presentò con il nome di conte Bagno, volle portare agli abitanti di Consonno e Olginate le meraviglie del mondo moderno. Era il 1962: dopo aver acquistato l’intero territorio del borgo, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l’ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia: chiamò le ruspe, le pale e i picconi e li mandò a distruggere il villaggio.

Panoramica. Ex albergo di Consonno

Tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto, e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi, e perfino gli oggetti perduti da molto tempo ricomparivano dove pur erano stati lungamente cercati, quasi cercando una via di fuga dalla distruzione. Poco tempo dopo, sulle rovine del villaggio sorgeva un Grand Hotel e Casinò, un edificio dalle forme forzatamente esotiche, autentico quanto un set cinematografico, con le luci sempre accese, la musica sempre viva, e bella gente sempre intenta a ridere, tanto, troppo.

Erano “zingari” nuovi. Uomini e donne giovani che conoscevano soltanto la loro propria lingua, begli esemplari con pelle lucida e mani intelligenti, i cui balli e musiche seminarono nelle strade un panico di eccitata allegria, con pappagalli di ogni colore e la scimmia ammaestrata che indovinava il pensiero, l’apparecchio per dimenticare i cattivi ricordi, e l’impiastro per perdere il tempo, e un migliaio di altre invenzioni, così ingegnose e insolite che non sarebbe bastata la macchina della memoria per poterle ricordare tutte. In un istante trasformarono il villaggio. Gli abitanti di Consonno si trovarono improvvisamente perduti nelle loro stesse strade.

Consonno Olginate

Il colonnello, allora, era un bambino.

Ora è un uomo anziano e passeggia lungo quegli stessi sentieri. All’inizio di novembre ha letto un articolo del Corriere che parla del degrado di Consonno, dell’abbandono in cui giace l’hotel, distrutto da una frana nel 1976 e mai più ricostruito. Aveva strappato la pagina, suscitando lo sguardo malevolo del barista, e se l’era infilata nella tasca interna del paltò. Si porta la mano guantata all’altezza del petto, l’articolo è ancora lì, non ha bisogno di tirarlo fuori, ricorda ogni parola, “Consonno, la Las Vegas brianzola divenuta città fantasma” recitava il titolo. Forse era vero. Forse era diventato un fantasma anche lui. I sentieri che cicondano l’hotel sono coperti di brina. La sue forma pericolante si staglia contro il cielo azzurro-inverno, impreziosito dalle montagne imbiancate dalla prima neve. Il colonnello si addentra nei corridoi; percorre le stanze riscritte dai colori dei writer, i passi rimbombano, è la prova che ancora non sono un fantasma, pensa, e il pensiero lo rassicura. Muri dal colore cieco gli propongono strade obbligate, tra sedie divelte e mobili caduti dalle scale.

Consonno-interno

Ripercorre con la mente il cammino tanti anni prima, quando suo padre era riuscito a farlo infilare nelle cucine in cui lavorava, per allungargli un sacchetto di cibo da portare a casa. E lui lo aveva visto: dentro un armadio scuro, un  enorme blocco trasparente, con infiniti aghi interni nei quali si frantumava in stelle colorate il chiarore del crepuscolo. “E’ il diamante più grande del mondo?” gli aveva chiesto. “No”, lo aveva corretto lui, è ghiaccio.” Ghiaccio dentro un armadio: il cuore gli era gonfiato, come a contatto con chissà quale mistero. Questa è la grande invenzione del nostro tempo, aveva pensato.

Consonno, hotel abbandonato

Il colonnello procede a fatica. Si avvicina alla finestra da cui si era intrufolato, tanti anni prima. Piccole stalagmiti di ghiaccio pendono dagli infissi arrugginiti. Ogni tanto, una goccia brilla e cade, producendo docili armonie d’acqua. Il colonnello si toglie un guanto, tende la mano e lascia che la goccia gelida gli cada nel palmo. Forse c’è ancora speranza di recuperare questo luogo, pensa. Perché l’unica vera bellezza è quella che nasce dal caos. E perché le cose hanno vita propria. Si tratta solo di risvegliargli l’anima.

Una trave scricchiola. Il colonnello osserve il soffitto pericolante. Meglio andarsene.

Tuttavia, aveva già compreso che una parte di lui non sarebbe mai più uscita da quella stanza, perché era previsto quello strano hotel sarebbe stato spianato dal vento e bandito dalla memoria degli uomini. Perché un villaggio condannato a 37 anni di solitudine, non avrebbe mai più avuto una seconda opportunità sulla Terra.

 

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Travel Blogger per passione, giornalista pubblicista (nessuno è perfetto), web communication account. Soprattutto, hipster dalla nascita senza possibilità di redenzione. Vivo di comunicazione digitale e cupcake inseguendo nuovi orizzonti armata di valigia e tablet.

2 comments

  1. Comment by Laura

    Laura Reply dicembre 5, 2013 at 12:16 pm

    La parola magica che mi ha spinto a leggere questo articolo è stata Macondo. Inutile dire che Gabriel Garcia Marquez sia uno dei miei preferiti in assoluto. Un parallelismo eccellente, non c’è dubbio, che apre una finestra su di un luogo, almeno per me, non conosciuto e la sua triste storia. Non dico chapeau solo perché odio questa parola, ma ti dirò, semplicemente, complimenti

    • Comment by admin

      admin Reply dicembre 5, 2013 at 1:20 pm

      Grazie mille Laura! Spero che continuerai a seguirci!

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